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Paragrafo 4 . Mettere ordine in un mondo disordinato.

Quando nel mondo greco compaiono i concetti di Lgos e quello di
Nos, Ragione e Mente, i due termini si riferiscono principalmente,
se non esclusivamente, a una realt esterna all'uomo e alla
capacit umana di percepire il mondo legata ai sensi. Quando i
capricci degli di, che pure avevano ridotto il Chos in Ksmos, il
disordine in ordine, non bastano pi a spiegare e giustificare la
nascita e il mantenimento dell'ordine, i primi filosofi pensano a
una Mente e a una Ragione che governi il Tutto. E questo vale per
il Tutto immobile di Parmenide, per il continuo fluire del Tutto di
Eraclito, per il Tutto suddiviso in infiniti elementi semplici o
semi di Democrito e di Anassagora. Il Lgos e il Nos mantengono le
caratteristiche della divinit, una loro dimensione metafisica.
Ma l'aver sostituito la Ragione al capriccio degli di non ha
eliminato il disordine dal mondo, ha anzi segnato la nascita di
quello che Emanuele Severino chiama il senso greco del divenire, la
convinzione cio che tutto ci che diviene, che muta, che nasce e
muore, sia nulla: la salvezza dal disordine del mondo passa per la
negazione dell'esistenza di un mondo disordinato.
I sofisti, come abbiamo visto, prendono atto del disordine del
mondo e con loro Ragione e Mente perdono la dimensione metafisica e
diventano una peculiarit dell'uomo: l'azione umana  l'unica che
pu mettere ordine nel mondo e gli uomini, infatti, creano il
linguaggio, le convenzioni, le leggi, cio la civilt e la cultura.
In quanto opera dell'uomo, civilt e cultura sono suscettibili di
cambiamenti, hanno un valore relativo. Da questa attenzione per
l'uomo e per le sue possibilit deriva nei sofisti un atteggiamento
ottimistico, un ottimismo della ragione che consente l'impegno
nella politica, nel governo della plis, perch la citt e il mondo
sono governabili, l'ordine che ne pu derivare  relativo ma 
possibile. Cos i sofisti si impegnano a educare la nuova classe
sociale emergente per trasformarla in classe politica in grado di
governare.
Socrate sembra incapace di prendere atto del disordine del mondo;
combattente valoroso nell'esercito della sua citt, ripudia la
guerra come strumento per regolare i rapporti fra gli uomini e
chiede alla ragione umana di superare se stessa: di essere,
all'interno dell'uomo, di ciascun uomo, quella forza divina che pu
garantire l'ordine e la pace universale. Il dmone  la voce
"divina"

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della Ragione universale che parla a ciascuno di noi; il dialogo 
l'esercizio della ragione nei rapporti fra gli uomini; l'attivit
principale della Ragione, la conoscenza, coincide con la pratica
del Bene. Socrate accetta la morte convinto che attraverso le
scelte e le azioni degli uomini un Bene universale e assoluto possa
governare un mondo ordinato.
Gran parte dei seguaci di Socrate, per, vedono nella morte del
maestro la conferma della irrazionalit del mondo e della
impossibilit di riordinarlo razionalmente: l'uso corretto della
ragione, secondo i megarici, i cinici e i cirenaici, non pu che
mostrare il carattere illusorio delle aspettative universali di
Socrate e, quindi, portare al riconoscimento del valore del
particolare e del contingente come unico valore praticabile.
Inoltre, la nuova situazione politica, caratterizzata dal
fallimento della restaurata democrazia ateniese, fa apparire come
illusorio anche l'impegno politico dei sofisti. Il pessimismo della
ragione sembra essere la caratteristica che accomuna le diverse
scuole socratiche: solo bastando a se stesso, isolandosi dalla
societ, rifiutando le convenzioni della civilt, l'uomo pu
raggiungere la propria individuale felicit.

